Troppo Cielo, poca Terra

Pubblicato in data: novembre 24, 2009

“La convinzione che il dolore in un bambino piccolo sia di breve durata è in assoluto un’illusione che ha potuto nascere e persistere a causa del desiderio insito in noi che il bimbo non deve soffrire”.
J Bowlby

Purtroppo non possiamo evitare di far sperimentare ai bambini il dolore per la morte di una persona significativa della loro vita e gli inevitabili cambiamenti e complicazioni che intervengono all’interno della famiglia.uccellino
In genere gli adulti, volendoli proteggere, tendono a tacere, a nascondere o a mascherare in qualche modo la verità: pensano che siano troppo piccoli per capire, partecipare, condividere dispiacere e sofferenza, o troppo impressionabili e fragili per reggere una situazione carica di emozioni e tensioni; inoltre temono di non saper gestire le reazioni dei bambino e di commettere degli errori, provocando ulteriori sofferenze.
Ma l’esclusione e il silenzio non proteggono i bambini dalla sofferenza, né li preservano dal disagio, dallo smarrimento, né li fanno diventare più maturi.
I momenti peggiori sono proprio quelli in cui i bambini, anche i più piccoli, percepiscono che è successo e sta avvenendo qualcosa di grave e non sanno trovare risposte a tutto quello che avviene in famiglia, e si sentono esclusi, ignorati e lasciati soli.
I bambini devono invece essere sostenuti e accompagnati passo dopo passo nel percorso di accettazione ed elaborazione della realtà dolorosa e ciò può realizzarsi solo all’interno di un rapporto affettivo fatto di fiducia, dialogo e condivisione sia all’interno della famiglia che in ambito sociale.
La qualità, l’intensità e la durata delle reazioni che i bambini possono presentare,  infatti, sono collegate non solo all’evento “morte” in sé, ma alla complessità della situazione vissuta dal bambino prima e dopo la scomparsa della persona amata.
In un ambiente favorevole, che si prende cura del bambino, la morte di un genitore, di un fratello, di un nonno o di una persona cara, non porta necessariamente a gravi difficoltà ed a un arresto dello sviluppo.
I bambini mostrano una certa forza e resistenza nel lottare contro le difficoltà e le tragedie della propria vita e bisogna aver fiducia nelle loro possibilità di partecipazione e recupero, nel loro coraggio e creatività e perfino nel loro realismo e senso pratico.

Il concetto di morte nell’infanzia

Quando un bambino perde una persona cara, è necessario che venga aiutato a comprendere ed accettare l’accaduto e quindi anche a sviluppare un “sano” concetto della morte.
A tale proposito risultano essere molto importanti i risultati di una ricerca  realizzata sulla comprensione degli aspetti peculiari della morte, cioè dei concetti di cessazione delle funzioni vitali, irreversibilità ed universalità. Attraverso i dati raccolti, l’autrice individua nei bambini tre stadi di sviluppo del concetto di morte:
•    prima dei 5 anni: la morte sembra essere paragonata al semplice dormire e dunque vista come uno stato reversibile.
•    dai 5 ai 9 anni: la morte è vista come inevitabile e tipica della vecchiaia.
•    dopo i 9 anni: il bambino è capace di concettualizzare la morte come un evento universale ed irreversibile.
Ma per interpretare cosa i bambini pensano e sentono riguardo alla morte il modo migliore è di ascoltarli con molta attenzione e di lasciarsi guidare da loro.
A livello emozionale le cose stanno diversamente perché i bambini, anche molto piccoli, sentono la mancanza della persona a loro cara e provano disagio, sofferenza e angoscia.
I bambini, specie i più piccoli, non sanno esprimere ciò che sentono né hanno comprensione che molti dei loro comportamenti e delle loro difficoltà sono collegate alla perdita della persona a loro cara.
I bambini sperimentano profonde risonanze affettive e rivelano le loro difficoltà attraverso alcuni comportamenti e manifestazioni psicosomatiche, che sono da considerarsi come equivalenti del lutto.
Si possono presentare ripiegamenti regressivi (succhiamento del pollice, enuresi, paura del buio, non volere stare o dormire da soli), difficoltà di attenzione e calo nel rendimento scolastico, ma soprattutto manifestazioni psicosomatiche (insonnia, inappetenza, balbuzie, disturbi della pelle, incubi notturni, peggioramento di sintomi già presenti, come asma, cefalee) e psicologiche (inibizione psicomotoria con comportamenti abulici, passivi di isolamento e ripiegamento su se stessi, o iperattività reattiva con irrequietezza, rabbia, aggressività, note depressive di pianto, disperazione, ansia), che esprimono la pervasività della sofferenza a livello fisico e psichico e le angosce di separazione e abbandono, che stanno sperimentando.
Certamente i bambini in lutto non riescono a tollerare per lungo tempo il dolore. Per la loro mobilità e labilità di attenzione passano facilmente dal pianto al riso e si alleggeriscono distraendosi e interessandosi ad altro. Questi comportamenti, che non corrispondono alle aspettative degli adulti, vengono molto spesso scambiati per disinteresse, indifferenza, incapacità di provare sofferenza. Si pensa che non si ricordino della persona scomparsa, perché giocano e corrono come al solito con i compagni, ma non è così.

Aiutare i bambini a comunicare ed elaborare le emozioni

“Solo coloro che si tengono lontani dall’amore possono evitare il dolore del lutto. L’importante è crescere tramite il lutto, e rimanere vulnerabili all’amore”
J. Brantner
Per le persone di ogni età la condizione necessaria al superamento della perdita é la presenza di un ambiente sensibile e partecipativo, ma per i bambini ciò è assolutamente indispensabile. Altrimenti la vita può riprendere regolare sul piano della realtà e della concretezza ma interiormente possono permanere dolori, assenze e vuoti, che vanno a costituire le matrici dei nostri destini di adulti.
I bambini devono quindi essere sostenuti e accompagnati passo passo nel percorso di accettazione ed elaborazione della realtà dolorosa e ciò può realizzarsi solo all’interno di un rapporto affettivo fatto di fiducia, dialogo e condivisione sia all’interno della famiglia che in ambito sociale.
L’esclusione e il silenzio sono invece sentiti come un rifiuto e generano un sentimento di disorientamento, di abbandono, di non riconoscimento, che  bruciano e devastano più che la condivisione dei sentimenti dolorosi.
Per consentire che gli eventi, seppure portatori di sofferenza, diventino parte ed esperienza vissuta ed elaborata del proprio sviluppo personale, bisogna rompere il tabù che non si possa condividere con i bambini il dolore.
Per elaborare la perdita e consentire l’interiorizzazione della figura amata c’è bisogno invece di condividere la storia del rapporto, le gioie e i dolori, gli avvenimenti, le speranze e le preoccupazioni vissute insieme alla persona scomparsa.
Spesso i bambini non sono in grado di parlare delle proprie emozioni usando il linguaggio comune, ma possono mostrarle ed esprimerle molto bene attraverso i disegni ed i giochi.
Solo in questo modo l’assenza diventa pensabile ed elaborabile e la morte può diventare  parte della vita, facendosi relazionalità e memoria, “eredità d’affetti” che continuano a vivere e a esprimersi in chi rimane.

Articolo di: Paola Paleari

  1. Susanna dice:

    Speriamo che avremo sempre più corggio a parlare apertamente con i nostri figli, con i bambini in genereale. Si potrebbe risparmiare una bella quantità di dolore inutile e creare dei legami profondi e sinceri.
    Susanna

  2. Paola dice:

    Spesso con il silenzio si cerca di proteggere i nostri bambini; non parlare della morte è anche non parlare a noi stessi di un argomento che, prima di tutto, ci spaventa.
    Un adulto, ancor di più un genitore, che mostra le proprie lacrie è un modello di come il dolore può essere espresso, e di come sia importante non reprimerlo.
    Quando il mondo che ci circonda ha perso i colori e sembra ostile, freddo è difficile trovare le parole per parlare delle proprie emozioni. Allora, il bambino necessita di un adulto che mostri empatia col suo stato d’animo, in modo da ritrovare il sollievo che viene dalle relazioni.

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