Educarsi ad accogliere. Perché?

Pubblicato in data: febbraio 14, 2010

Articolo di: Cristina Fiore

Concepire: incrocio tra il latino “concipere” e l’italiano “capire”; essere contenuto; recita il dizionario etimologico.

Il figlio nasce dal pensiero dei genitori e ne diventa eco e ritratto prendendo un posto importante nella mente; posto che va spesso ad usurpare quello del bambino reale. La fantasia di mamma e papà difficilmente è ferma al neonato in culla; il bimbo concepito (anche solo virtualmente) è già calciatore o ballerina, ha futuro brillante, suonerà il pianoforte.

Non è ferma certo, la mente, alla difficoltà di allattare, alle coliche, ai pannolini, alla stanchezza del post partum. Nella frenesia degli acquisti per il nascituro, tra “trio” carrozzine e completini di pochi centimetri il ruolo genitoriale si perde.

Qui l’educazione prenatale diventa mezzo importante per l’edificazione di una nuova triade in cui i “già figli” saltano al ruolo di “neo-genitori”.

Attraverso un percorso giocoso ma che fonda le sue radici in realtà scientifiche, l’operatore diviene quel terreno facilitante affinché i genitori possano esplorare il loro nuovo ruolo; il percorso ANEP[1] diventa “base sicura”[2] perché madre e padre percorrano nuovi sentieri.

Il percorso di educazione prenatale  accoglie ansie e ambivalenze, permettendo ai genitori di esplorarle attraverso riflessioni sui perché e sulle attese nel terreno fertile del gruppo.

È attraverso il rifondarsi come coppia , sottolineando l’essere due, che si approda ad aprirsi alla genitorialità che si esplicita come parte integrante dell’essere uomo e dell’essere donna.

Il pensare alla genitorialità come non forzatamente legata alla procreazione biologica ma come funzione a sé che può preesistere o esistere “anche se”, porta i genitori a viverla come una ricchezza, un valore aggiunto, conquistabile.

Da qui il passo verso l’esplorazione della relazione con il bambino prenatale vissuto come “altro da sé”, sganciandosi dalla simbiotica gabbia del “sei dentro di me e quindi sei me”.

Il padre, grande confine, potrà esplicitare tutta la sua funzione contenente e protettiva, eletto ad utero dentro il quale si adagia la sua compagna che porta dentro il seme della loro unione.

Attraversare questo percorso in tre, non prescindendo dalle potenzialità e dai ruoli di ognuno può diventare  grande risorsa alla quale attingere da ambo le parti nel periodo successivo, in cui il bambino non sarà più gelosamente custodito nel ventre della mamma ma sarà pronto per venire al mondo, così come la madre a lasciarlo andare.

Un buon percorso prenatale facilita l’esplicitazione del legame e lo rinsalda ma preserva dall’essere “voracemente madre”, dal fagocitamento del figlio visto come incapace di relazione alcuna se non con lei stessa.

Un percorso, quindi, di legame e di differenziazione; un modo di concepire l’attesa volto all’autoeducazione all’accoglienza.


[1] www.anepliguria.it

[2] La funzione principale della madre è qualla di fornire al bambino una base sicura: farlo sentire visto e protetto. La funzione di base sicura, che nei primi anni di vita viene assolta fisicamente dalla mamma, diveine poi, attraverso l’interiorizzazione dei comprtamenti e degli affetti suscitati dalla mamma stessa, una struttura interna capace di consolare e proteggere.

Da: http://www.studiopsicologia.com/articoli/modelli-teorici/teoria-attaccamento.php

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